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Consigliera di parità

Consigliera di parità | 26.06.2020 | 09:53

Morandini: “Non è un Paese per mamme lavoratrici”

Aumenta il numero di quelle che si licenziano per l’inconciliabilità di famiglia e lavoro.

L’Ispettorato nazionale del Lavoro ha pubblicato le cifre delle dimissioni e delle risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri entro il primo anno di vita del bambino/della bambina. Ne emerge un quadro desolante e preoccupante: il numero delle lavoratrici licenziatesi in questo contesto è aumentato nel 2019 fino a raggiungere la cifra di 37.611, mentre nell’anno precedente era di 35.963. Il numero dei padri è di 13.947.

Quale motivazione per il licenziamento “volontario”, viene data in maniera prevalente l’inconciliabiltà di famiglia e lavoro. Secondo le madri, le ragioni della scelta sono la mancanza di strutture di assistenza, gli alti costi per il babysitting e l’assenza di sostegno sociale, per esempio tramite i nonni. Dalla relazione dell’Ispettorato nazionale del Lavoro risulta inoltre che solo il 21% delle domande di part-time o lavoro flessibile viene accolto dal datore di lavoro.

Anche in provincia di Bolzano il numero è in costante crescita: se nel 2012 furono 619 le giovani madri e 20 i padri, nel 2019 il numero è salito a 847 madri e 225 padri. Anche in questo caso, la ragione maggiormente addotta dalle donne è l’inconciliabilità; gli uomini hanno invece citato più spesso un cambio aziendale.

“Questi dati”, commenta la Consigliera di parità Michela Morandini, “sono indicatori, ancora una volta, di una situazione allarmante: il lavoro famigliare, anche inteso come attività di cura di componenti della famiglia, pesa per lo più sulle spalle delle madri e troppo spesso questo diventa un criterio di esclusione dal mercato del lavoro. Con conseguenze fatali per le donne: la mancanza di contributi pensionistici, la dipendenza economica, la crescente esclusione dal mercato del lavoro è il pesante prezzo che molte devono pagare”.  

Sono tre, secondo la Consigliera di parità, i livelli dove individuare la possibilità di intervento e la responsabilità: la politica deve creare le condizioni quadro, come per esempio le strutture di assistenza; li imprenditori, se vogliono assicurarsi forza lavoro qualificata, devono reagire con modelli di lavoro flessibili e modulati alle diverse fasi della vita. Il terzo livello è quello della relazione di coppia: è necessario un confronto consapevole sulla suddivisione del lavoro famigliare e di assistenza, perché è nelle famiglie che si manifestano e riproducono gli stereotipi di genere. “Per questo motivo, “conclude Morandini, “la politica di parità deve insistere su interventi e misure che rompano gli stereotipi di genere dominanti. Si deve lavorare in primis sulle cause di questa disparità”.

(MC)